I racconti di Ottovolante

 

 

 

Parole inventate o giocate 

dai partecipanti al sito 

Ottovolante 

 

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Commenti: 14
  • #14

    marileti (giovedì, 07 settembre 2017 07:14)

    Cara SARI, se hai tempo, va a rileggere GIULIANO nel salotto. Io ieri mi ci sono divertita molto

  • #13

    Antrefrain (sabato, 15 luglio 2017 15:20)

    Profumo di bello

  • #12

    Sari (sabato, 15 luglio 2017 12:10)

    Dialogo fra babbo Geppetto e il bimbo Pinocchio
    - Babbo, per favore, cerca di ricordare.
    - E te l’ho già detto mille vorte che tu sei nato da un piccolo tronco di pino, e che tu eri un burattino e che poi tu sei diventato un bambino vero.
    Il falegname lavora e intanto parla al suo bambino che, seduto su uno sgabello, lo interroga senza sosta. Vorrebbe essere lasciato in pace perché ha tra le mani un pezzo di legno pregiato che deve diventare un bel mobiletto e non vorrebbe essere distolto ma il bambino non gli dà tregua.
    Il bambino è seduto su uno sgabello e torcendosi le mani, tiene lo sguardo basso che, di tanto in tanto, posa sul padre per saggiarne l’umore. Non sa fin dove spingersi con le sue domande ma ha bisogno di sapere.
    - Sì, ricordo d'essere stato un burattino... o forse ricordo solo quel che mi hai raccontato sempre. E so bene che tu sei il mio babbo ma...
    - Il mio babbo, senti come parla bene l'italiano questo ragazzino che è andato a scuola tre giorni e che dopo tutto quel che gli ho insegnaho non ha imparaho a dire "il mi' babbo" come fanno tutti i cristiani che vivono da queste parti.
    - Dicevo - riprende il bambino - che so che tu sei il mi' babbo ma un babbo, per quanto bravo e abile sia, non può fare nulla da solo e vorrei sapere chi è la mia mamma.... anzi, la mi' mamma.
    - Bravo, vedi che quando tu voi …
    - Allora babbo?
    - Allora allora… - dice il falegname più preoccupato dalla piega del discorso che irritato - io t'ho fatto con un pezzo di legno di pino e...
    - Ed è per questo che mi chiamo Pinocchio - termina il bimbo un poco spazientito da quella tiritera che sa a memoria e non gli dà le risposte che aspetta da tempo.
    - Certo che se m'interrompi sempre - prende tempo il babbo che non è avvezzo a trattare certi argomenti e non sa come arginare le domande del suo figliolo.
    - Tu m'hai fatto da un pezzo di pino e sono diventato un burattino e te ne ho combinate di tutti i colori. Ma...
    - Non farmici pensare, sono persino finiho in prigione per colpa tua.
    - Perdonami babbo - e il bimbo abbassa la testa vergognandosi di quel che neppure ricorda d'avere combinato.
    - Acqua passaha figliolo, adesso non posso che essere orgoglioso di te e sono quasi felice.
    - Quasi, babbo? - e sul viso di Pinocchio appare un'ombra che produce una stretta al cuore al falegname che ogni tanto alza lo sguardo per guardare il figlio.
    - Ma sì, ho detto "quasi" perchè la perfezione non è di questo mondo ma... sì, lo sono.
    - Anch'io sono "quasi" felice d'essere il tuo figliolo e potrei togliere il quasi se tu rispondessi una buona volta a tutte le mie domande.
    Il falegname pialla ora con più foga, come se la forza della lama potesse toglierlo da quell'impiccio in cui si trova. Quel "quasi" detto da Pinocchio gli pesa però sul cuore e mentre lavora cerca parole mai dette per spiegare quel che neppure lui capisce appieno.
    - Forse la Fatina ti ha dato una mano, babbo? E' così?
    - Sì, la cara Fatina ci vuole bene – s’illumina speranzoso il falegname - e sarà sempre presente nella nostra vita e con lei abbiamo operaho in modo che tu diventassi un bambino vero.
    - E' quindi lei la mia mamma? Oh babbo, dimmelo una buona volta – azzarda Pinocchio che, per la foga, si è sporto in avanti e sta quasi per cadere su un mucchio di trucioli – ho bisogno di sapere.
    - Senti Pinocchio - comincia il babbo brandendo una raspa come fosse la bacchetta magica che toglie dagli impicci - senti...
    Pausa.

  • #11

    Sari (sabato, 15 luglio 2017 12:09)

    - Sì?
    Il babbo, rosso in viso, sta quasi per arrampicarsi sugli specchi affinchè quel “quasi felice” sia cancellato per sempre quando gli balena un'idea.
    - Dimmi, a scuola t'hanno insegnaho come si riproducono i fiori, le api e tutto il creato?
    - Sì, si riproducono dall’incontro di maschile e femminile ed è per questo che...
    - E t’ hanno insegnaho anche come si riproducono gli esseri umani?
    E nel nominare l'argomento che tanto lo angustia, il falegname diventa paonazzo.
    - Sì babbo, gli esseri umani si riproducono con l'amore ed è per questo che io...
    - Ma allora se tu sa tutto e stai qui a tormentare un povero falegname oberaho di lavoro. Tu sei nato dall'amore con cui io e la Fatina ti abbiamo salvaho da mille pericoli.
    - Oh babbo, finalmente!!! Posso dirlo a tutti che anch'io ho una mamma e che si chiama Fatina?
    - Beh - comincia il falegname ma il figlio gli si butta improvvisamente addosso sporcando il vestitino di segatura e lascia perdere e dice che sì, può dirlo e se lo stringe al petto con tutto l'amore che prova per quella sua creatura nata da un mistero.
    - Non piangere babbo – dice Pinocchio con voce tremante di commozione.
    -E un sto piangendo - risponde il babbo con voce roca.
    - E allora cos'è che mi bagna?
    - E … piohe
    - Ma no, c'è il sole.
    - E un lo so.
    - Lo so io, babbo, le lacrime sono tue e piangi perchè sei un babbo vero e solo i veri padri producono figli veri.
    Il povero falegname stupisce ancora per quel figlio che gli è fiorito fra le mani. Pensa che fino a ieri Pinocchio era uno scapestrato burattino, poi è diventato un bimbo e ora, da maestro, gli insegna qualcosa di cui non sa nulla, che non ha mai desiderato sapere ma che ora sente essere essenziale… qualcosa che gli produce una felicità che quasi il petto non può contenere.
    - Sì, le lacrime sono mie, caro Pinocchio. E sono lacrime di gioia.
    - E mischiano con le mie, babbo perché anch’io sono felice.

    Qualcuno sta per entrare nella bottega ma vedendo i due abbracciati fra assi, trucioli e segatura, pensa che quello non è momento e silenziosamente se ne va pensando che la vita sa essere veramente bella.

    Nota: La voce fiorentina di Geppetto è della mia amica Arcangela. Grazie.

  • #10

    Antrefrain (venerdì, 23 giugno 2017 15:38)

    Era anche passata,e di molto,l’ora di cena ed Andrea si scusò per averla intrattenuta tanto da averle impedito di provvedervi, Si offrì di rimediarvi proponendo di accompagnarla in un locale da lui abitualmente frequentato e che lei,ne era certo,sarebbe poi stata contenta di aver visto.Si sorprese,piacevolmente,ad accettare la proposta che le avrebbe permesso
    di rimanere ancora con lui e non la turbò che fosse evidente il piacere che l’invito le procurava. Decisero di andarvi subito.Lui l’aiutò a scendere le ripide scale che dalla terrazza conducono al laghetto; lo superarono mentre una giovanissima coppia di americani era intenta al rito della monetina.Andrea le rivolse un rapido sguardo,lei lo ricambiò ed insieme sorrisero.Per raggiungere il locale ci si doveva spostare all’altro versante dell’isola,verso l’Arco Naturale.;lei,in seguito,non era mai riuscita a ricordare le stradine che avevano percorso né della gente incontrata per le strade rischiarate solo dalla luna e da scarsi,fiochi lampioni. Le riusciva di ricordare solo il locale.Non era grande ma accogliente con pochi tavoli disposti su due file parallele.Occuparono l’ultimo tavolo della fila di destra e lì trascorsero circa due ore parlando più che mangiando benché il cibo fosse ottimo ed il servizio inappuntabile.Finalmente uscirono.Era ormai notte inoltrata e lo splendore dell’isola nel pieno del suo fulgore,Lui la condusse su uno spiazzo , non molto lontano da villa Malaparte,a picco sul mare chiamato,come lui le spiegò, ‘o pizzo luongo.La terrazza ,posta a mezza costa tra la strada ed il mare, ha una panchina scavata nella roccia ed un ampio spazio erboso e affaccia sui faraglioni .Nel momento in cui vi giunsero la luna,una luna piena,luminosissima si specchiava nel tratto di mare che divide i due faraglioni che,di riflesso,venivano illuminati e offrivano uno spettacolo indescrivibile.
    Sedettero sulla panchina,in silenzio,affascinati e rapiti da quello spettacolo della natura.Il tempo si era fermato.Poi,quasi naturalmente,lui la guardò;lei sentì il suo sguardo ma non si girò.Era sconvolta da nuove, violente sensazioni,di emozioni mai provate,di attese. Andrea le carezzò i capelli;fece scivolare il palmo della mano sulla sua guancia, poi,con dolcezza, la costrinse a girare il viso verso di lui e la baciò.Le sue labbra erano calde,morbide,invitanti.Lei non lo respinse;accettò il bacio,lo ricambiò e fu felice di sentirlo entrare tra le sue labbra.Si abbandonò a quell’ebbrezza,ricambiò le sue carezze e lasciò che il suo corpo aderisse a quello dell’uomo alla ricerca di un contatto che le dava piacere e che le faceva riassaporare la gioia di sentirsi cercata,desiderata.
    La splendente luna,i muti alberi,l’immenso mare e gli eterni faraglioni furono i discreti testimoni della esplosione di tutta la passione sprigionata dai loro corpi assetati di piacere. Poi,abbracciati,ripresero la strada del ritorno dirigendosi verso Tragara.Lei lo seguì senza chiedere dove la stava conducendo;ormai era piena di lui,voleva stare con lui,voleva che non la lasciasse,voleva essere sua; pregava che il tempo non passasse,che si fermasse,che non la obbligasse a tornare sulla terra,che la lasciasse in quel Paradiso,senza limiti,senza altri pensieri che non fossero quelli rivolti a lui.Si era innamorata,sì voleva ammetterlo,era stata finalmente colpita dal colpo di fulmine,si era destata all’amore.Improvvisamente,mentre le camminava a lato tenendola per mano, Andrea la guardò e le disse: vuoi venire da me? Lei si girò,ricambiò lo sguardo e fissandolo negli rispose…..si


  • #9

    Antrefrain (venerdì, 23 giugno 2017)

    Ne rimase colpita.L’incanto di quella visione,la melodia,il suo pensiero che era volato verso quelle barche quasi la fecero star male.Pensò che era troppo per lei che,da tempo o forse da sempre,non provava quel genere di emozioni e si ritrovò ad avere voglia di gridare al mare,alla luna,a quella atmosfera incantata il suo bisogno,la sua necessità di felicità..Decise perciò di allontanarsi e si girò per tornare verso le scale.Emise quasi un urlo accorgendosi della presenza dell’uomo che proprio in quell’istante era giunto nello stesso angolo della terrazza in cui lei era ferma.L’uomo si accorse che con il suo improvviso apparire aveva spaventato la donna tutta presa e turbata da quell’incanto.Ritenne,perciò,doveroso scusarsene.Si presentò dicendo di chiamarsi Andrea Lo guardò.La voce era calda,gradevole con toni bassi, leggermente gutturali.La figura era snella e slanciata ,aveva capelli nerissimi che incorniciavano un viso abbronzato su cui brillavano due occhi di un colore grigio-verde che non si fermavano mai.

    Avrebbe voluto andarsene.La prima sensazione era stata quella del solito giovane,intraprendente meridionale in cerca di avventura.Ma era simpatico,parlava bene ed era stata colpita dalla sua voce.Accettò le scuse e poi l’invito di Andrea di sedere su una panchina e di ammirare insieme il panorama. Il giovane le indicò le varie località della costa lontana e le fornì ampi dettagli e notizie su quanto potevano ammirare.
    Le chiese di informarlo sul suo soggiorno sull’isola e sulla durata della sua permanenza.Approvò la scelta del ristorante e volle sapere quali luoghi avesse già visitati.Le disse che quanto aveva già visto era,di solito, ciò che viene consigliato ai turisti occasionali e che,per poter cogliere,avvertire e tentare di portare via un poco dell’atmosfera e dello spirito di quel posto bisognava lasciare i “sentieri” percorsi dalla massa dei turisti ed addentrarsi tra i tanti anfratti,grotte e viuzze dell’isola.
    Fu piacevole ascoltarlo,conversare con lui,conoscerne le idee,il suo modo di porsi,i pensieri; ed intanto il tempo era passato veloce.

  • #8

    Antrefrain (venerdì, 23 giugno 2017 15:19)

    Un sogno. Imprevisto, vissuto.
    Finalmente si era decisa.Aveva preso il coraggio a due mani ed aveva accettato.
    Era un’offerta da favola. Avrebbe trascorso tre giorni in una località incantevole.
    Non si era concesso mai niente. Aveva solo e sempre pensato agli altri
    Questa era stata la costante della sua vita. Figlia della sua terra,aveva sempre
    anteposto la concretezza alla fantasia, la realtà ai sogni.
    Studi classici nel solco della tradizione e della volontà dei suoi,tempismo perfetto
    nel raggiungere gli obiettivi,scarsi fronzoli,poche concessioni al sentimento.
    Aveva,sì,avuto le sue occasioni ed i suoi incontri che le avevano dato l’opportunità
    di schiudere e sfogliare anche quel capitolo del libro della sua vita. Vi era però
    scivolata sopra senza che ,ora che vi ritornava con la mente se ne rendeva perfettamente conto,avessero potuto lasciare
    un incisivo segno della loro presenza nella bacheca dei suoi ricordi.
    Quando aveva ritenuto opportuno farlo si era sposata con l’uomo che più l’aveva
    “intrigata” e che,con una corte serrata,glielo aveva quasi imposto.
    Erano trascorsi anni tranquilli e sereni. La sua vita era stata confortata e allietata
    da una famiglia a cui aveva dedicato ogni energia che il lavoro lasciava nella
    sua disponibilità,infastidita e resa ,a volte,inquieta,da una insoddisfazione che
    non sapeva spiegare neanche a se stessa e da desideri inespressi, latenti.
    Li aveva soffocati tuffandosi sempre di più nell’adempimento di tutto ciò che,sino
    ad allora,aveva ritenuto essere il solo,vero scopo della sua vita.
    Erapartita,dasola.
    Aveva ancora ora negli occhi la visione incantevole di quelle case di tipo
    moresco, bianche, abbarbicate a mezza costa della collina degradante verso il mare,quasi nascoste nei variopinti
    colori della vegetazione e che sembravano venirle incontro mentre il battello,lentamente,si avvicinava al porticciolo dell’isola e cominciava la manovra di attracco.
    Poi,mentre la funicolare la portava su,in alto in quel lembo di Paradiso,era stata
    stordita dall’intenso profumo dei fiori che,in quella stagione,inondavano con la
    molteplice varietà di colori,le case e le strade.
    Aveva trascorso l’intera prima giornata camminando tra le stradine dell’isola,visitandone ogni angolo fermandosi incantata dinanzi ad ogni tipica botteguccia di artigiani ed alle vetrine
    ricolme di oggetti tipici del posto.
    Aveva,di proposito,trascurato i negozi che esponevano merce griffata;le ricordavano troppo la…terra ferma.
    Era passata inosservata e sconosciuta tra la miriade di persone di ogni nazionalità che affollava, in ogni ora della giornata,le strade e solo a tarda sera,stanca ma contenta e soddisfatta,si era rifugiata nell’albergo dopo aver mangiato,sfiziosamente,in un grazioso ristorante del centro.
    Aveva dormito bene; si era svegliata tardi rispetto alle sue normali abitudini e si sentiva benissimo. Aveva continuato,anche nel secondo giorno,nelle sue scorribande e nelle visite ai luoghi caratteristici dell’isola;era anche ritornata nello stesso ristorante. A sera,prima di ritornare in albergo era andata,così come le era stato consigliato , a visitare il Parco Augusto,una terrazza sul mare in un giardino stracolmo di fiori,con un laghetto in miniatura al centro del quale faceva bella mostra di sé la statua in bronzo di una sirenetta. Si era fermata a guardare le giovani coppie che,scendendo dalla terrazza sostavano nei pressi della sirenetta , lanciavano una monetina nel laghetto e si scambiavano un fuggevole sguardo di intesa mentre un pudico rossore inondava il viso della ragazza. Era salita anche lei sulla terrazza.Era rimasta stupita,abbagliata,meravigliata e quasi commossa dallo spettacolo che si presentava ai suoi occhi.Una distesa infinita di mare di un colore blu nel quale si specchiava la luna all’apice del suo splendore,contornata da un orizzonte lontano carico delle luci dell’intero golfo coronato dalle colline di Posillipo,Vomero e Capodimonte e dal Vesuvio,il possente vulcano ai cui piedi si stende,come una vezzosa odalisca.la stupenda Napoli.Guardando in giù poteva posare lo guardo sui Faraglioni e sulle luci delle lampare impegnate nella pesca dei totani,frammiste ad una flottiglia di altre piccole imbarcazioni,ognuna carica di sogni e di calore.Si sorprese,con somma meraviglia,ad immaginare l’interno di una di quei gusci e l’atmosfera che in quel momento era immaginabile vi albergasse.Avrebbe forse sorriso di sé e di quelle inspiegabili fantasie ma,improvvisamente, sentì una dolce e struggente melodia che “saliva” dal mare.

  • #7

    Sari (domenica, 21 maggio 2017 22:12)

    Magica Musica

    La donna si osserva attentamente allo specchio e l’occhio, pur benevolo ma necessariamente onesto, le rimanda un’immagine che la stupisce... così tanti sono gli anni ormai trascorsi?
    Sì, pare dirle lo specchio.. e mette il dito nelle piccole rughe ai lati degli occhi, nelle curve non più ben delineate delle gambe e nei fili bianchi fra i capelli. E' sola a guardarsi nello specchio d'autunno perchè nella vita che le sta scappando via, ha dato la precedenza ai doveri e al lavoro... o forse è l'amore a non essere arrivato e se le è passato accanto lei non se n'è accorta.
    Tardi, ormai è tardi per la famiglia, l'amore, ma gli affetti non le mancano e un posto speciale nel suo cuore c'è ed è occupato da sua nipote Chiara che, a quindici anni, è il ritratto della spensieratezza, della gioia e della vita stessa. La sua nipotina è anche un po' pazzerella e le ha appena regalato un piccolo strumento per ascoltare la musica che si chiama... ah come si chiama non lo ricorda, sa solo che ha un codice alfanumerico e che è di facile uso. Un giorno o l'altro lo proverà.

    D’improvviso, però, volta le spalle allo specchio e si sente assalire da un inaspettato desiderio di di nuovo, d'insolito... sposta dalla scrivania la pila dei compiti da correggere e decide di concedersi la piccola trasgressione di un poco di rosso sulle labbra e un'ombra di verde bosco sulle palpebre. Poi si sveste in fretta del tailleur blu notte e indossa una tuta da ginnastica, quella che le ha regalato a Natale la sua Chiara e che pensava di non mettere perchè troppo chiara e sportiva. Indossa scarpe comode e s'avvia verso il parco, quello col fiume che scorre silenzioso e offre angolini dove si può credere di essere soli al mondo. Mette in tasca il lettore di musica, anche quello un dono di Chiara, ed esce nella calda giornata primaverile.
    Eccolo lì il posticino tranquillo dove può provare ad accendere l'mp3. L'operazione è più facile del previsto (hai visto com'è facile zia?, le pare di sentirsi dire da Chiara) e infilati gli auricolari, si sdraia intrecciando le mani dietro la nuca. La musica e l'aria pulita le regalano un grande benessere e ben presto hanno ragione della sua paura degli insetti, dell'età che avanza e di eventuali sguardi severi o compassionevoli. Ha deciso che oggi potrà fare quel che vuole. Si sente libera e assapora questa nuova condizione che durerà... che importa quanto durerà, qui ed ora sta bene e questo le basta.
    Gli auricolari le procurano un po’ di fastidio, se li aggiusta meglio, respira a fondo e si rilassa. L’erba che pizzica le braccia ora è diventata morbida, fresca, piacevole e scopre quanto quel contatto sia rigenerante.
    Ecco, ora si sentì tutt’uno con la Terra, protetta dal cielo che le fa da coperta e accarezzata dal vento.
    Sorride.
    Chiara ha ragione, la musica ascoltata da quel piccolo congegno si spande dentro di lei ed ogni nota costruisce , via via che si fa più intensa, un bozzolo che l’avvolge tutta. E’ Tchaikovsky, il suo autore preferito e lei s’abbandona, come mai le è capitato, agli strumenti che la solleticano, punzecchiano, stordiscono. Non prova vergogna ad esternare le emozioni che le procura la musica e può ridere, commuoversi e sussultare via via che le note cambiano. Non abita più in un mondo di regole, di decisioni ponderate, di saggezze... si sente, arrendevole, disposta a lasciarsi condurre chissà dove senza timori. E' libera.
    (segue)

  • #6

    Sari (domenica, 21 maggio 2017 22:11)

    Magica Musica - Parte seconda

    Ora non esiste null’altro al mondo che quel paradiso di note che sente nello stomaco, in testa, infiltrata in ogni capillare e, per meravigliosa fusione, sente che lei stessa è musica.
    Improvvisamente si sente sollevare in aria, si spaventa e allarga le braccia nel tentativo di aggrapparsi, vorrebbe scendere ma non apre gli occhi perchè no, non desidera che quell'incanto finisca e si lascia trasportare in alto e ancora più sù... e ancora... ancora...
    Felicemente vinta sente il suono come potente soffio che la mantiene alta.
    A braccia allargate, sul prato, sorride. Non lo sa ma è bella.

    - Signora! Signora…. si sente bene?
    La voce la fa ripiombare improvvisamente a terra, apre gli occhi e vede un signore che, chino, la guarda con preoccupazione.
    - Come? – dice lei cercando di rialzarsi con improvvisa e ritrovata dignità.
    - Scusi, ho creduto stesse male… Oh, noto ora gli auricolari! E' musica, vero? Fa lo stesso effetto anche a me. La posso aiutare a rialzarsi? Ecco fatto.
    Il signore ora la guarda intensamente: non ha mai visto occhi così brillanti, allegri, straordinari, quasi magici.
    - Cosa stava ascoltando, se non sono indiscreto?
    - Tchaikovsky - risponde lei che ha ritrovato la voce.
    I due adulti si parlano con gli sguardi e con parole che ridono... si sentono affiatati, come si conoscessero da tempo, si prendono per mano e s'avviano senza meta... e mentre lei apprezza la mano maschile, calda e asciutta, lui gode della sua freschezza e morbidezza. Camminano quasi danzando e paiono destinati a un “per sempre” che può durare un attimo o una vita senza che questo fatto abbia importanza. Camminano appaiati con passo uguale e ogni tanto volgono il capo per ubbidire al bisogno urgente di guardarsi.

    Sull’erba, il lettore abbandonato, sparge magie di note ai minuscoli abitanti del prato.
    Sui rami alti, il piccolo amorino soddisfatto, chiude gli occhi e s’addormenta. Missione compiuta.

    sari

  • #5

    eliamino (giovedì, 18 maggio 2017 16:53)


    Era luglio, e come sempre a luglio, la gente in città si faceva rara.
    Al centro aumentavano i turisti ma in periferia rimanevamo in pochi e solo io affrontavo l'asfalto liquido delle due del pomeriggio.
    Beh, non era proprio liquido, ma in alcuni punti, dove il catrame era più liscio, al mio passaggio rimanevano i segni dei copertoni della bici.
    Andare in bicicletta a quell'ora, a luglio, a Roma, era quanto di più spirituale e magico potessi fare. L'aria scottava, oltre l'urlo della folla di cicale il silenzio.
    Non c'erano i cellulari e in quel calore nessuno sarebbe venuto a cercarti: libertà d'altri tempi.

  • #4

    Antrefrain (lunedì, 08 maggio 2017 09:22)

    Mi rivedo in quel trenino,
    piccolo, assonnato e dolorante.
    Mentre il rumore del treno sulle rotaie cullava il mio dormire
    Risento la voce di mio padre
    che mi dice dove siamo, cosa vede. Descrive fornendomi ogni particolare
    Lo risento ancora dirmi, mentre attraversiamo la città dove siamo arrivati
    Cosa sono quelle voci che io sento e
    che non vedo e i rumori del tramvai
    che prendiamo per raggiungere l’ospedale per
    la cura del malanno che mi affligge.
    Sento fra le mani il calore di qualcosa
    che ha un profumo delizioso ed un sapore ma i provato.
    Quasi avverto,
    dal suo respiro accelerato, la
    pena che sta provando assistendo al breve piacere che suo figlio infermo
    sta godendo. Poi mi asciuga la bocca e
    il viso e mi chiede come mi sento. Alzo gli occhi e non lo vedo, non posso. Gli sorrido e la stretta è più forte e caldissima è la sua mano

  • #3

    Sari (martedì, 02 maggio 2017 13:05)

    La folaga

    L'uovo rotolò via, non si sa come, dal nido di mamma folaga e la sua corsa finì in un buco del terreno sull'argine di uno specchio d'acqua che si era incerti se definire laghetto o pozzanghera.. e lì sarebbe rimasto, incustodito, andato a male, se il vento, vista la drammatica situazione, non si fosse impietosito portandogli, a riparo, un pezzetto di tela cerata che depositò sugli arbusti che coronavano il buco.
    Anche il sole volle fare la sua parte e divenne padrino di quell'ovetto sfortunato a cui non fece
    mancare un giusto calore... materno.
    A tempo debito l'uovo schiuse e un piccolo pulcino scuro, scrollati di dosso i resti del parto, s'affacciò curioso alla vita.
    Dopo essersi guardato attorno, becchettò, bevve da una pozzanghera e dal suo becco ancora gocciolante uscì il suo primo suono.
    A quel rumore inaspettato, il pulcino fece un balzo ma poi, rendendosi conto che quella potenza era sua, se ne sentì fortificato a tal punto che pensò di partire alla scoperta del meraviglioso mondo che vedeva attorno a sè.
    Appena si sentì ben saldo sulle piccole zampette, s'incamminò e ogni tanto emise il potente suono che gli serviva da sostegno e da richiamo per eventuali suoi parenti dimoranti nelle vicinanze.
    Camminando e osservando, il nostro piccolotto si rendeva conto che ogni tipo di cucciolo aveva accanto un suo stesso esemplare adulto pronto ad offrire cibo e protezione e desiderò averne uno per sé. Come doveva essere bello avere qualcuno cui somigliare.

    Presto incontrò uno scoiattolo gentile che dall'alto di un ramo lo guardava incuriosito.
    - Vuoi essere la mia famiglia? - gli chiese speranzoso il pulcino.
    Lo scoiattolo lo esaminò col capino storto dei momenti pensierosi e subito lo scosse tristemente.
    - Mi piacerebbe - disse - ma tu ed io non possiamo fare famiglia perchè non sei adatto a saltare da un ramo all'altro per giocare e cercare nocciole... non hai la coda e cadresti facendoti male.
    A quel rifiuto l'anatroccolo provò una forte delusione ma fu solo questione di un attimo perchè, petto in fuori, salutò lo scoiattolo e si rimise in cammino per cercare quella famiglia che doveva pur esistere da qualche parte.
    In un viottolo tra l'erba, vide impronte di piccoli piedi... le confrontò con le sue e si sentì allargare il petto: erano simili. Seguendole, incontrò una famiglia di quaglie e gli parve che la sua ricerca fosse finalmente terminata. Tutti avevano due zampette, un becco, una piccola coda e due ali, proprio come lui.
    - Siete la mia famiglia? - chiese a mamma quaglia - posso unirmi a voi?
    - Ti sei perso piccolino? Mi dispiace - rispose lei squittendo - ma ho già tanto da fare con i miei
    piccoli che non potrei accudire anche te. Pensa che debbo covare alcune centinaia di uova ogni anno e poi tu, fra qualche mese, migrerai e non ti vedremo più.
    Migrare...non conosceva la parola ma gli pareva impossibile che, una volta trovata una famiglia, l'avrebbe abbandonata. Beh, avrebbe cercato ancora e, ne era certo, trovato.
    Si rimise in cammino e presto vide davanti a sè una casa di mattoni rossi con un largo spiazzo dove
    diversi animali mangiavano e chiacchieravano fra loro.
    Sono capitato nel paradiso delle famiglie - pensò - e s'intrufolò fra le maglie del recinto dove
    razzolavano parecchie galline. S'avvicinò.
    - Ho due zampe, una piccola coda, il becco e le ali, proprio come i tuoi pulcini... posso entrare nella
    tua famiglia? - chiese alla chioccia.
    - Coooo cocoo cooosa dici piccolotto? Mi sono simpatici quelli come te, gente di terra, di mare e di aria mentre noi siamo solo di terra.. non posso accettarti, mi spiace.
    l piccolo anatroccolo, ancora una volta, cercò di non scoraggiarsi e andò per tutta la fattoria chiedendo d’essere adottato.

    (continua)

  • #2

    Sari (martedì, 02 maggio 2017 13:03)

    La folaga (seguito)


    La ricerca era stata fin lì infruttuosa ma con in cuore ancora una speranza, chiese ad un asino che, come risposta, gli lanciò un raglio così potente da farlo arretrare spaventato... l'anatroccolo lo sentì ridere forte mentre gli si allontanava.
    Chiese ad una pecora: “Posso fare parte della tua famiglia, anche se non ci somigliamo?” Lei, belando e saltellando, si lanciò con enfasi in una dotta disquisizione sulle aggregazioni e sulla divisione della società animale e questa volta fu il nostro piccolotto a dire no a quel fiume di parole incomprensibili.
    Trovò un coniglio mezzo matto che faceva instancabili capriole che, fra un giro e l'altro, gli disse che sì, potevano fare famiglia ma poi... trovò così tante scuse per non accettarlo che il nostro
    folaghino gli voltò le spalle e se ne andò a passi lenti.
    Da quel che provava, imparò il significato della parola sconforto, pensò che la famiglia era un progetto irrealizzabile e si sentì molto solo.
    Decise di andarsene da quel luogo e a tal scopo s’incamminò verso la recinzione.
    Famiglia: ali spalancate, sorriso, protezione... addio.
    Si voltò per un ultimo sguardo pieno di rimpianto e… una luce gli si riaccese in petto: proprio nell'angolo più lontano del grande cortile c'era qualcuno desideroso come lui di abbracciare e lo era così tanto che le braccia spalancate le aveva già, anche se era solo.
    Gli si avvicinò cautamente, vide che erano le braccia più lunghe che avesse mai visto e quando
    gli chiese piano, pronto a ricevere un altro no, se gli avrebbe fatto piacere fare famiglia con lui, quello scosse la testa avanti e indietro in quel modo che è stato adottato universalmente per dire sì.
    Felice come nessuno lo era stato prima di lui, gli zampettò addosso e lo profuse di strofinatine che erano dolci carezze.
    Quello non si mosse ma il nostro anatroccolo tradusse gli scricchiolii che sentiva mentre lo accarezzava in parole, quelle che aveva sempre desiderato sentire e capì d'essere stato pienamente accolto.
    Anche lui, ora, aveva una famiglia. Si accoccolò fra il collo e le braccia di quella strana e generosa creatura fatta di paglia e stoffa e lì, beatamente, si addormentò.

    La cattiva stagione lo vide adulto: una folaga forte e bella che un giorno vide nel cielo grandi stormi che, ordinatamente, si dirigevano a sud. Provò una forte emozione e spiccò il volo, desideroso di seguire l’impulso di unirsi al loro viaggio e si librò nel cielo ma... tornò subito indietro, restio a lasciare la famiglia che aveva tanto desiderata. Lo attiravano il volo e i suoi simili, sì, ma amava il suo papà, quello che chiamavano spaventapasseri e anche gli animali della fattoria che nel frattempo gli erano diventati amici.
    Ma il cielo lo attirava sempre più.
    - Proveresti molto dolore se io partissi e stessi lontano tanti mesi? - chiese allo spaventapasseri
    spiando ogni filo di paglia che amava.
    Lui, affidandosi ancora una volta al vento, scosse leggermente il capo per dirgli che no, non gli sarebbe spiaciuto troppo e che la vita è fatta di partenze e arrivi.
    La folaga, allora, gli si strofinò contro, nell'ormai collaudato modo che aveva di dirgli che gli voleva bene, alzò lo sguardo e lo lasciò smarrire nel sogno azzurro del cielo.
    Sì, sarebbe partito con lo stormo successivo.

    Fine


  • #1

    Stelvia (lunedì, 01 maggio 2017 15:38)


    Ines e Giacomo

    Era già sera e Ines si stava preoccupando, Giacomo non era ancora arrivato a casa, tra poco sarebbe stato buio e il pensiero correva, correva.
    Giacomo era salito di mattina presto su alla baita del monte dove avrebbe tagliato l’erba nei prati, l’avrebbe stesa al sole per asciugare e nel tardo pomeriggio l’avrebbe rastrellata e raccolta a covoni. La giornata era di quelle calde in cui si stava bene ma che diventava difficile quando si lavorava sodo sotto il sole; il sudore bagnava la fronte e gli indumenti si appiccicavano al corpo. Non era una bella sensazione, ma si doveva lavorare !
    Giacomo grondava di sudore, sorseggiava acqua e limone tra un covone e l’altro mentre il sole pian piano declinava il suo sorriso e nascondeva i suoi raggi infuocati dietro le montagne.
    Giacomo, si trascinava stanco verso la baita, sistemava gli attrezzi da lavoro pronti per una nuova giornata d’opera e non si accorse che il tempo era passato in fretta.
    Prese la pila che stava sulla credenza del cucinotto e, dopo essersi coperto le spalle con la giacca da lavoro, si incamminò verso casa.
    Un’ora di cammino aveva davanti a sé e il giorno dopo doveva salire di nuovo per ricoverare il fieno nella stalla; quello era la riserva di fieno invernale per le mucche.
    Arrivò a casa che era buio pesto e anche Ines, finalmente, si rasserenò.

    Un pezzo di vita contadina in alta montagna. I due attori, ai quali voglio un bene immenso, sono ancora nel mio cuore.