"Uno di questi giorni, quando me ne verrà l'uzzolo, vorrei ripercorrere la storia edificante dei Francescani, che di concerto coi Domenicani, fecero in modo tuonando dai pulpiti di far cacciare, espropriare, spesso torturare e bruciare gli ebrei dalla Spagna (1492) e dalla Sicilia, nello stesso anno. Si vedrà allora, ma certo non è una mia scoperta, a cosa servano le utopie, le "buone intenzioni" iniziali degli idealismi, religiosi e non, che finiscono per stuzzicare la sete di potere e di ricchezza che alberga nell'uomo e, ovviamente, nella donna. Ci tornerò sopra, provocando, come dice la nostra Sari. A presto.

Mi scuso, parleremo dopo, se dio non mi fulmina, degli ebrei convertiti che subito chiamarono "Marranos", PORCI. Parleremo dei Moriscos, i musulmani convertiti o meno che costituivano la schiena portante dell'economia spagnola. Unici a lavorare fra i guerrieri che volevano convertire, per cavoli loro, il mondo. Anche loro, tutti loro, perseguitati ed uccisi, cacciati su ispirazione degli ordini religiosi, seguaci di Francesco in primis. Un incentivo a credere nelle chiese, le unioni di fedeli che aspirano alla santità. Non mi si dica che oggi non è così: sarebbe un insulto all'intelligenza. "


Amo il libro "Cuore" riveduto con sofferta consapevolezza da Mario e da Sari, ostinati credenti della buona vita, del senso delle cose. Dio li benedica, è al loro romanticismo che dobbiamo il resistere, noi illuministi, alle illusioni della vita. Ma il loro romanticismo non porta a rivendicazioni feroci ed a guerre. Il loro romanticismo è l'offerta, consapevole, di un fiore schiuso all'essere: alla vita.

Dio vi benedica; Dio, non lo schiavo delle credenze che Dio non è, ma solo uso, orrendo, di un assurdo Essere pronubo all'uomo. 

29 luglio 2014


Che strana cosa , la "Cosa", non quella di Moravia, povero incantatore di serpenti, che parlava al suo io pensante, l'unico che avesse. A parte le sciocchezze a me, importava poco di quel che sarebbe successo quando entrai nella corsia da cui sarei dovuto uscire ritto o disteso. Ero affascinato dall'esperienza, curioso di quel che succede, di quel che si fa negli ospedali per salvare le vite. Mi incuriosivano i malati, i medici, gli infermieri, gli ambienti, le terapie. Poco a dire, ero curioso dei fatti, non della mia vita. Quella, sapevo, era nella chance, nella fortuna. Sono passati 14 mesi, e sembra ch'io non abbia guadagnato nulla. E' questo, vedete, questo che mi sbalordisce, che sbalordisce tutti noi: il tempo è nulla. Passiamo nella vita un anno o cento, viviamo miliardi di emozioni e il tempo è nulla. Siamo nati ieri, anzi stamane. Il bambino fra noi che ha vissuto di più sa bene d'essere, dentro, un fanciullo. Oppure sbaglio, caro Mario? Bene, guardando a quel che vale, a me importa poco il destino, poco di me, non per modestia ma per ratio, per logica accidenti! Vivo giorni felici prendo l'attimo che devo a voi, cari cari, che prendete come me l'attimo. Domani verrà l'alba; ci saremo a controllare i gorgoglii del ventre, a soffrire le cose che son nostre, che paghiamo con la longevità: bene assoluto. Ma davvero? L'eternità è alla fine del giorno. Carpe diem.

01 gennaio 2016


Ancora e ancora i giorni sul pallottoliere. Palline di un gioco del lotto infilate su una successione, cara Marileti, di piccoli tic, una pallina sull'altra, con gesto nervoso. Tic. Mi rincresce che il tuo "tic" abbia registrato la perdita di qualcuno che amavi. La vita è un giochino di tic, e di tac, e di rassegnazioni. Tanto vale che siano allegre, come quelle del Rigoletto, tu le conosci: quelle del "Ridi pagliaccio". Perché per quanto ci si dia corda; per core; pagliacci siamo. Per fortuna c'è chi ci rassicura sul futuro che, per noi maschi, sarà allietato dalle urì. Per voi ragazze resterà sempre Berlusconi, deputato a rallegrar le sere delle signore sole, sulle nuvole dense di pioggia.

Io mi contento, e quello neppure lui, neppur Francesco me lo potrà mai togliere. Parlo del silenzio, quello di chi sereno dorme, per sempre.

Per ora ci si gode gli spizzichi di vita rimanente, chi scrive, chi legge, chi fa bene a sé stesso stando agli altri come a sé stesso, appunto.

Mangiavo, a mezzogiorno, una scheggia di parmigiano e, senza preavviso, arrivò mia figlia da Roma. Ha portato, forse temendo la nostra fame pensionata, un vagone di cibo per Natale. Rita ed io ci siam guardati ridendo. Il cibo era superfluo, l'affetto che lo ha portato no, era oro. Poi ho capito che madre e figlia dovevano restar sole e le ho lasciate di là, dove sono pur ora, a raccontarsi quelle cose che le donne solo sanno, sacerdotesse di una vita diversa, pur nella razza uguale.

Mi hanno chiamato più volte ma non vado. Mi macero come se mi rotolassi, asperso d'uovo, nel pan grattato della malinconia. Mi piace far la vittima di nulla e star qui, a cullare il mio egoismo.

Una confessione a me stesso? Certo. Una confidenza in voi, miei sorelle e fratelli? Certo, una assurda cosa che può capitare solo qui, in questa chiesa riformata, ove ci si confessa ai germani ed a Dio. Senza preti però, senza nessuno che pretenda di assolvere. Noi vogliamo capire, e sorridere, e piangere. A domani.

05 dicembre 2014