STORIA Le opinioni

Giba riporta la storia antica

PRIMA LETTERA DI PLINIO IL GIOVANE A TACITO

 

 

Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. Te ne ringrazio, in quanto sono sicuro che, se sarà celebrata da te, la sua morte sarà destinata a gloria immortale. Quantunque infatti, egli sia deceduto nel disastro delle più incantevoli plaghe, come se fosse destinato a vivere sempre - insieme a quelle genti ed a quelle città- proprio in virtù di quell'indimenticabile sciagura, quantunque abbia egli stesso composto una lunga serie di opere che rimarranno, tuttavia alla perennità della sua fama recherà un valido contributo l'immortalità dei tuoi scritti. Personalmente io stimo fortunati coloro ai quali per dono degli dei fu concesso o di compiere imprese degne di essere scritte o di scrivere cose degne di essere lette, fortunatissimi poi coloro ai quali furono concesse entrambe le cose. Nel novero di questi ultimi sarà mio zio, in grazia dei suoi libri e in grazia dei tuoi. Tanto più volentieri perciò accolgo l'incombenza che tu mi proponi, anzi te lo chiedo insistentemente.

Era a Miseno e teneva personalmente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l'una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell'ordinario sia per la grandezza sia per l'aspetto. Egli dopo aver preso un bagno di sole e poi un altro nell'acqua fredda, aveva fatto uno spuntino stando nella sua brandina da lavoro ed attendeva allo studio; si fa portare i sandali e sale in una località che offriva le migliori condizioni per contemplare il prodigio. Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun'altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l'idea di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami, credo che il motivo risiedesse nel fatto che, innalzata dal turbine subito dopo l'esplosione e poi privata del suo appoggio quando quello andò esaurendosi, o anche vinta dal suo stesso peso, si dissolveva allargandosi; talora era bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva trascinato con sè terra o cenere.

Nella sua profonda passione per la scienza, stimò che si trattasse di un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino. Ordina che gli si prepari una liburnica e mi offre la possibilità di andare con lui se lo desiderassi. Gli risposi che preferivo attendere ai miei studi e, per caso, proprio lui mi aveva assegnato un lavoro da svolgere per iscritto. Mentre usciva di casa, gli venne consegnata una lettera da parte di Rettina, moglie di Casco, la quale, terrorizzata dal pericolo incombente (infatti la sua villa era posta lungo la spiaggia della zona minacciata e l'unica via di scampo era rappresentata dalle navi), lo pregava che la strappasse da quel frangente così spaventoso. Egli allora cambia progetto e ciò, che aveva incominciato per interesse scientifico, affronta per l'impulso della sua eroica coscienza. Fa uscire in mare delle quadriremi e vi sale egli stesso, per venire in soccorso non solo a Rettina ma a molta gente, poichè quel litorale in grazia della sua bellezza, era fittamente abitato.

Si affretta colà donde gli altri fuggono e punta la rotta e il timone proprio nel cuore del pericolo, cosi immune dalla paura da dettare e da annotare tutte le evoluzioni e tutte le configurazioni di quel cataclisma, come riusciva a coglierle successivamente con lo sguardo. Oramai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso e una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale.

Dopo una breve esitazione, se dovesse ripiegare all'indietro, al pilota che gli suggeriva quell'alternativa, tosto replicò: - "La fortuna aiuta i prodi; dirigiti sulla dimora di Pomponiano".

Questi si trovava a Stabia; dalla parte opposta del golfo (giacchè il mare si inoltra nella dolce insenatura formata dalle coste arcuate a semicerchio); colà, quantunque il pericolo non fosse ancora vicino, siccome però lo si poteva scorgere bene e ci si rendeva conto che, nel suo espandersi era ormai imminente, Pomponiano aveva trasportato sulle navi le sue masserizie, determinato a fuggire non appena si fosse calmato il vento contrario. Per mio zio invece questo era allora pienamente favorevole, cosi che vi giunge, lo abbraccia tutto spaventato com'era, lo conforta, gli fa animo, per smorzare la sua paura con la propria serenità, si fa calare nel bagno: terminata la pulizia prende posto a tavola e consuma la sua cena con un fare gioviale o, cosa che presuppone una grandezza non inferiore, recitando la parte dell'uomo gioviale.

Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte. Egli, per sedare lo sgomento, insisteva nel dire che si trattava di fuochi lasciati accesi dai contadini nell'affanno di mettersi in salvo e di ville abbandonate che bruciavano nella campagna. Poi si abbandonò al riposo e riposò di un sonno certamente genuino. Infatti il suo respiro, a causa della sua corpulenza, era piuttosto profondo e rumoroso, veniva percepito da coloro che andavano avanti e indietro sulla soglia. Senonchè il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempiendosi di ceneri miste a pomice, aveva ormai innalzato tanto il livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato nella sua camera, non avrebbe più avuto la possibilità di uscirne. Svegliato, viene fuori e si ricongiunge al gruppo di Pomponiano e di tutti gli altri, i quali erano rimasti desti fino a quel momento. Insieme esaminano se sia preferibile starsene al coperto o andare alla ventura allo scoperto. Infatti, sotto l'azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l'impressione di sbandare ora da una parte ora dall'altra e poi di ritornare in sesto. D'altronde all'aperto cielo c'era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra questi due pericoli indusse a scegliere quest'ultimo. In mio zio una ragione predominò sull'altra, nei suoi compagni una paura s'impose sull'altra. Si pongono sul capo dei cuscini e li fissano con dei capi di biancheria; questa era la loro difesa contro tutto ciò che cadeva dall'alto.

Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia ed osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto ed intransitabile. Colà, sdraiato su di un panno steso a terra, chiese a due riprese dell'acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme ed un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano. Sorreggendosi su due semplici schiavi riuscì a rimettersi in piedi, ma subito stramazzò, da quanto io posso arguire, l'atmosfera troppo pregna di cenere gli soffocò la respirazione e gli otturò la gola, che era per costituzione malaticcia, gonfia e spesso infiammata.

Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui si presentava il corpo faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto. Frattanto a Miseno io e mia madre... ma questo non interessa la storia e tu non hai espresso il desiderio di essere informato di altro che della sua morte. Dunque terminerò.

Aggiungerò solo una parola: che ti ho esposto tutte circostanze alle quali sono stato presente e che mi sono state riferite immediatamente dopo, quando i ricordi conservano ancora la massima precisione. Tu ne stralcerai gli elementi essenziali: sono infatti cose ben diverse scrivere una lettera od una composizione storica, rivolgersi ad un amico o a tutti.

 

 

 

 

SECONDA LETTERA DI PLINIO IL GIOVANE A TACITO

 

 

Mi dici che la lettera che io ti ho scritta, dietro tua richiesta, sulla morte di mio zio, ti ha fatto nascere il desiderio di conoscere, dal momento in cui fui lasciato a Miseno (ed era precisamente questo che stavo per raccontarti, quando ho troncato la mia relazione), non solo quali timori ma anche quali frangenti io abbia dovuto affrontare. "Anche se il semplice ricordo mi causa in cuore un brivido di sgomento... incomincerò".

Dopo la partenza di mio zio, spesi tutto il tempo che mi rimaneva nello studio, dato che era stato proprio questo il motivo per cui mi ero fermato; poi il bagno, la cena ed un sonno agitato e breve. Si erano già avuti per molti giorni dei leggeri terremoti, ma non avevano prodotto molto spavento, essendo un fenomeno ordinario in Campania, quella notte invece le scosse assunsero una tale veemenza che tutto sembrava non muoversi, ma capovolgersi.

Mia madre si precipita nella mia stanza: io stavo alzandomi con il proposito di svegliarla alla mia volta nell'eventualità che dormisse. Ci mettemmo a sedere nel cortile della nostra abitazione: esso con la sua modesta estensione separava il caseggiato dal mare. A questo punto non saprei dire se si trattasse di forza d'animo o di incoscienza (non avevo ancora compiuto diciotto anni!): domando un libro di Tito Livio e, come se non mi premesse altro che di occupare il tempo, mi dò a leggerlo ed a continuare gli estratti che avevo incominciati.

Ed ecco sopraggiungere un amico di mio zio, che era da poco arrivato dalla Spagna per incontrarsi con lui; quando vede che io e mia madre ce ne stiamo seduti e che io attendo niente meno che a leggere, fa un'energica paternale a mia madre per la mia inettitudine e a me per la mia noncuranza. Con tutto ciò io continuo a concentrarmi nel mio libro come prima.
Il sole era già sorto da un'ora e la luce era ancora incerta e come smorta. Siccome le costruzioni che ci stavano all'intorno erano ormai malconce, anche se eravamo in un luogo scoperto -che era però angusto- c'era da temere che, qualora crollassero, ci portassero delle conseguenze gravi e ineluttabili. Soltanto allora ci parve opportuno di uscire dalla cittadina; ci viene dietro una folla sbalordita, la quale -seguendo quella contraffazione dell'avvedutezza che è tipica dello spavento- preferisce l'opinione altrui alla propria e con la sua enorme ressa ci incalza e ci spinge mentre ci allontaniamo.

Una volta fuori dell'abitato ci fermiamo. Là diventiamo spettatori di molti fatti sbalorditivi, ci colpiscono molti particolari che incutono terrore. Così i carri che avevamo fatto venire innanzi, sebbene la superficie fosse assolutamente livellata, sbandavano nelle più diverse direzioni e non rimanevano fermi al loro posto neppure se venivano bloccati con pietre. Inoltre vedevamo il mare che si riassorbiva in se stesso e che sembrava quasi fatto arretrare dalle vibrazioni telluriche. Senza dubbio il litorale si era avanzato e teneva prigionieri nelle sue sabbie asciutte una quantità di animali marini. Dall'altra parte una nube nera e terrificante, lacerata da lampeggianti soffi di fuoco che si esplicavano in linee sinuose e spezzate, si squarciava emettendo delle fiamme dalla forma allungata: avevano l'aspetto dei fulmini ma ne erano più grandi.

A questo punto si rifà avanti l'amico spagnolo e ci incalza con un tono più inquieto e più stringente:
- "Se tuo fratello, se tuo zio vive, vi vuole incolumi, se è morto, ha voluto che voi gli sopravviveste. Perciò perchè indugiate a mettervi in salvo?".

Gli rispondiamo che noi non avremmo mai accettato di provvedere alla nostra salvezza finchè non avevamo nessuna notizia della sua. Egli non perde tempo, ma si getta in avanti correndo a più non posso si porta fuori dal pericolo. Poco dopo quella nube calò sulla terra e ricoperse il mare: aveva già avvolto e nascosto Capri ed aveva già portato via ai nostri sguardi il promontorio di Miseno. Allora mia madre a scongiurarmi, ad invitarmi, ad ordinarmi di fuggire in qualsiasi maniera; diceva che io, ancora giovane, ci potevo riuscire, che essa invece, pesante per l'età e per la corporatura avrebbe fatto una bella morte se non fosse stata causa della mia. Io però risposi che non mi sarei salvato senza di lei; poi presala per mano, la costringo ad accelerare il passo. Mi ubbidisce a malavoglia e si accusa di rallentare la mia marcia. Incomincia a cadere cenere, ma è ancora rara. Mi volgo indietro: una fitta oscurità ci incombeva alle spalle e, riversandosi sulla terra, ci veniva dietro come un torrente.

- "Deviamo, le dico, finchè ci vediamo ancora, per evitare di essere fatti cadere sulla strada dalla calca che ci accompagna e calpestati nel buio".

Avevamo fatto appena a tempo a sederci quando si fece notte, non però come quando non c'è luna o il cielo è ricoperto da nubi, ma come a luce spenta in ambienti chiusi. Avresti potuto sentire i cupi pianti disperati delle donne, le invocazioni dei bambini, le urla degli uomini: alcuni con le grida cercavano di richiamare ed alle grida cercavano di rintracciare i genitori altri i figli, altri i coniugi rispettivi; gli uni lamentavano le loro sventure, gli altri quelle dei loro cari taluni per paura della morte, si auguravano la morte, molti innalzavano le mani agli dei, nella maggioranza si formava però la convinzione che ormai gli dei non esistessero più e che quella notte sarebbe stata eterna e l'ultima del mondo. Ci furono di quelli che resero più gravosi i pericoli effettivi con notizie spaventose che erano inventate e false. Arrivavano di quelli i quali riferivano che a Miseno la tale costruzione era crollata, che la tal altra era divorata dall'incendio: non era vero ma la gente ci credeva.

Ci fu una tenue schiarita, ma ci sembrava che non fosse la luce del giorno ma un preannuncio dell'avvicinarsi del fuoco. Il fuoco c'era davvero, ma si fermò piuttosto lontano; poi di nuovo il buio e di nuovo cenere densa e pesante. Tratto tratto ci alzavamo in piedi e ce la scuotevamo di dosso; altrimenti ne saremmo stati coperti e saremmo anche rimasti schiacciati sotto il suo peso. Potrei vantarmi che, circondato da così gravi pericoli, non mi sono lasciato sfuggire nè un gemito nè una parola meno che coraggiosa, se non fossi stato convinto che io soccombevo con l'universo e l'universo con me: conforto disperato, è vero, ma pure grande nella mia qualità di essere soggetto alla morte.I1 Finalmente quella oscurità si attenuò e parve dissiparsi in fumo o in vapori, ben presto sottentrò il giorno genuino e risplendette anche il sole, ma livido, come suole apparire durante le eclissi. Agli occhi ancora smarriti tutte le cose si presentavano con forme nuove, coperte di una spessa coltre di cenere come se fosse stata neve. Ritornati a Miseno, e preso quel po' di ristoro che ci fu possibile, passammo tra alternative di speranza e di timore una notte ansiosa ed incerta. Era però il timore a prevalere; infatti le scosse telluriche continuavano ed un buon numero di individui, alienati, dileggiavano con spaventevoli profezie le disgrazie loro ed altrui. Noi però, quantunque avessimo provato personalmente il pericolo e ce ne aspettassimo ancora, non venimmo nemmeno allora alla determinazione di andarcene prima di ricevere notizie dello zio.

Ti mando questa relazione perchè tu la legga, non perchè la scriva, dato che non s'addice affatto al genere storico; attribuisci poi la colpa a te -evidentemente in quanto me l'hai richiesta- se non ti parrà addirsi neppure a quello epistolare.


Giba racconta

L'ORIGINE DELLE RELIGIONI

 

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Senza alcun dubbio questo racconto ha dei precedenti. Ma da un momento bisogna pur cominciare, ed io credo che sia più facile per tutti noi, immaginare una caverna abitata da uomini quando già si erano scoperte le virtù del fuoco, che infatti quella sera scaldava i cacciatori e le loro genti, ed illuminava le pareti della grotta. Ma un grosso problema c'era: la fame. Da giorni non si riusciva a cacciare un animale ed i bambini cominciavano a morire. I vecchi erano già stati eliminati e digeriti.

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Un cacciatore affamato, il più gracile probabilmente, ebbe un improvviso attacco di nostalgia per le bistecche sognate e si alzò con un pezzetto di carbone in mano. Sulla parete disegnò, con gesti rapidi, un grosso toro con enormi corna ed una torma di cacciatori con bastoni appuntiti fra le mani, ed i segni della virilità fra le gambe, che lo assalivano da ogni lato. Negli spettatori la fame si acuì. Fu allora che il capo dei cacciatori si armò e si precipitò fuori, nella notte tremenda , verso l'incognita delle tenebre. Quasi tutti gli uomini validi lo seguirono, tranne il rachitico artista che si accucciò ai piedi dell' immagine disegnata, lamentandosi piano.

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L' alba arrivò senza segni e fu solo dopo molte ore che una nenia si face sentire dal fondo valle. Fu allora che la tribù capì che i cacciatori tornavano con la preda. E fu la vita rinnovata per un altro po'.

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Qualche giorno dopo il problema della fame si ripropose, ma quella volta il capo dei cacciatori indicò al disegnatore la parete, con un gesto imperioso. E l' artista capì. Questa volta gli animali furono numerosi nel disegno e nella realtà. Il pittore cavernicolo, senza rischiare la pelle, ebbe la sua parte abbondante di preda, e la gente cominciò a guardarlo con aria rispettosa.

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Nessun cacciatore, da quel momento in poi, avrebbe affrontato l'ignoto senza l'ausilio della magia: che tale era quell'insieme di segni sulla parete, anticipo del volere benevolente di un dio che non era stato ancora inventato. Da allora, infiniti cacciatori hanno portato la loro prede ad infiniti stregoni, gestori di un potere rubato alla "divina indifferenza". 

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Quando l'uomo affinò le tecniche di caccia, l'evoluzione dei tempi affinò l'intelligenza dei furbi stragoni che cominciarono a promettere ai feriti, di caccia o di guerra, una vita ultraterrena. La cosa non era spiegabile se non si fossero inventati degli Dei  deputati a gestire la vita eterna. Poi venne il monoteismo, ma questa è un'altra storia.

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Pensate a quante religioni hanno prosperato, a quanti preti hanno vissuto a spese dell' umanissimo desiderio di trovare un Dio che provvedesse agli infiniti bisogni degli uomini e che desse loro un po' di pace del cuore. Poi arrivò chi si pose fra Dio e l' uomo, assicurando che da Dio stesso gli era stato chiesto di far da tramite, per meriti non ben precisati. E gli uomini credettero all' imbroglio e credono tuttora alla truffa, pensando che il Padreterno abbia bisogno di intermediari, dai preti ai talebani, dai muezzin ai pope, per interpretare le ansie che li divorano.

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Che pericoli abbiamo corso e corriamo, noi che crediamo di esser dalla parte del Creatore, ed in nome suo uccidiamo e veniamo uccisi, con la convinzione che l'ordine parta direttamente da Lui. E tutte, tutte le religioni si sono macchiate, si macchiano e si macchieranno di simili infamie. Fino a che l' uomo non cambierà natura: alla fine dei tempi che sarà anche la sua fine.

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Giba

I primi passi del monoteismo. Akhenaton e Aton, il dio del Sole

 

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L'ambizione di chi, non essendo uno storico, si avvia a parlar di Storia è quella di non annoiare. Per evitare di farlo cercherò di stringere i tempi e di spiegare in modo semplice a chi non ha avuto finora tempo o voglia di occuparsene, in che modo si sviluppò l'idea del monoteismo (monoteistiche sono le religioni che propongono all'adorazione dei fedeli un unico Dio). Da spiegare e da commentare c'è ben poco. Diceva Shakespeare che "Succedono più cose al mondo di quante la mente umana ne possa immaginare". Questo racconto ne è la prova.

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La civiltà dell'antico Egitto durò 3100 anni, dal Periodo Arcaico, iniziato nell'Alto Egitto sotto il regno di Narmer, fino a Cleopatra che chiuse il Periodo Tolemaico nel 30 a.C. Infiniti i fatti e numerose le dinastie che si succedettero. Ma non ci riguardano, per ora.

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Vi voglio portar per mano nel Nuovo Regno, che fiorì circa a metà della lunghissima Storia di questo straordinario Paese. Era il 1379 a.C. e salì al trono il giovane Faraone Amenhotep IV che come i faraoni precedenti, si trovò subito a dover fare i conti con una casta sacerdotale che deteneva buona parte del potere, se non tutto. Il Faraone si era ridotto ad essere una figura simbolica, forte di un culto che lo riguardava personalmente e di un prestigio enorme presso il popolo ma povero di possibilità effettiva di governare e di quattrini.

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Si viveva all'epoca, in Egitto, un'età felice. Gli eserciti egiziani avevano assoggettato e sottoposto a tributi tutti i popoli del medio oriente ed immensi tesori affluivano nelle casse dei conquistatori. Per meglio dire affluivano nelle casse dei sacerdoti del dio supremo Amon - Ra, che vicino ai loro templi conservavano, oltre a questi tesori, enormi silos nei quali affluivano i tributi in grano, coltivato dagli egizi sulle rive del Nilo. I raccolti erano facilitati dalle piene del grande fiume che depositava sul terreno il limo, un fertilizzante naturale che rendeva ricchi di messi i campi.

In caso di carestia a distribuire il grano alle popolazioni provvedevano i sacerdoti stessi che, controllando ricchezze immense, detenevano di fatto il potere. Amon - Ra era il dio di Tebe, potentissimo fra gli altri dei, che rappresentavano comunque tutti "Ra", il Sole. C'erano da Atum - Ra a Sobek - Ra, che rappresentavano la fusione col Sole di dei compositi ed una miriade di dei minori. Tutti questi dei finirono per confluire o per essere controllati da Amon, cui fu costruita e dedicata un'intera città: Eliopoli.

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Erano stati i Faraoni guerrieri a condurre le truppe alla conquista di enormi ricchezze ed era il popolo a coltivare il grano ed a pagar le tasse, ma tutto affluiva ad Eliopoli, perché si riteneva che ad Amon - Ra, dio degli dei, si dovessero le ricchezze e le vittorie. Tutti i Faraoni, dalla quinta dinastia in poi, si dichiararono "Figlio di Ra", confermando di fatto il potere della casta sacerdotale.

Quando, come ho raccontato, arrivò al potere Amenhotep IV, nel 1379 a.C. cercò di ripristinare il potere assoluto dei faraoni, creando un nuovo culto, riferito sempre al dio Sole, che era alla base di ogni credenza religiosa del popolo egiziano, ma isolato in una solitudine monoteistica, non associandolo ad alcun altro dio.

Lo chiamò "Aton" e cambiò il proprio nome in Akhenaton. Aton era, come il dio degli ebrei, un dio "geloso" che non ammetteva altri dei al di fuori di lui e non si associava a nessuna deità. Il disco del Sole era la sua unica immagine ed i suoi raggi terminavano ognuno in una piccola mano che elargiva ricchezze e gioia. Il monoteismo, la religione di un solo dio insomma, era arrivato in Egitto.

Le conseguenze furono molte. Dal punto di vista religioso i seguaci di Aton non ammettevano altri dei ed il potere che aveva plasmato questa nuova credenza a suo uso e consumo, perseguitò coloro che non si sottomettevano all'unico dio. Questo, nella lunga storia dell'Egitto, fu l'unico esempio di intolleranza religiosa, a prescindere dalle baruffe che quotianamente si accendevano fra i sacerdoti dei vari dei, per piccole questioni di bottega.

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Per lungo tempo gli storici videro in Akhenaton il profeta del dio unico, il precursore del monoteismo e delle grandi religioni, dall'ebraismo al cristianesimo, all'islamismo. In realtà si trattò di una mossa politica che tentò di emarginare la potentissima casta dei sacerdoti di Amon e di sottrarre loro l'arma di una religione popolarissima, fonte della loro immensa ricchezza.

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Questa "eresia" del nuovo Faraone, che nel frattempo pretese di essere venerato personalmente come rappresentante del dio supremo Aton, lo portò, dopo una lunga lotta per il potere (cinque anni) combattuta a Tebe, a fondare lungo il Nilo, a trecento chilometri di distanza, una splendida capitale. Oggi si chiama Tell el Amarna e sorgeva in una località, fra l'alto ed il basso Egitto, che permetteva il controllo dei traffici sul Nilo. I templi erano dedicati al nuovo dio ed Akhenaton, in quella sorta di Brasilia dedicata al suo potere, godeva della sua indipendenza e dell'amore di Nefertiti, splendida moglie e madre delle sue figlie.

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Da Amarna il Faraone ordinà la rimozione di tutte le statue degli antichi dei e fece cancellare con lo scalpello il nome di Amon Ra da tutti i monumenti. A quanto pare fece un grosso errore: non valutò che il popolo egiziano di quella antichissima religione era permeato e che forze sempre più potenti si stavano coalizzando contro di lui, il Faraone.

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E' impossibile comprendere a fondo quel che successe, ma è certo che giunse ad Amarna la regina madre, Ty, prima donna di origini negre a sposare un Faraone, e da quel momento le cose cambiarono. Ty era una potente alleata dei sacerdoti di Ammone e, poco dopo il suo arrivo, grazie ad oscure trame, la bella Nefertiti fu relegata nelle sue stanze e privata dei suoi titoli. IL Faraone dovette cessare la lotta contro i sacerdoti dell'antico culto ed associare al trono Smenkharé, suo genero.

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Morì cinque anni dopo, il Faraone Akhenaton, e del suo potere non restava traccia. La città di Aton rovinò con gli anni, il suo successore, anche lui suo genero, Tutankhaton, cambiò nome. Con un percorso inverso al predecessore si chiamò Tutankhamon e riportò a Tebe la capitale.

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I sacerdoti ripresero saldamente il potere fino a quando, secoli e secoli dopo i due poteri si fusero ed il figlio del Faraone divenne sommo sacerdote di Amon Ra.

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Tutto quindi si può riassumere in una lotta per il potere fra il Re ed i capi religiosi, lotta che ancor oggi ci affligge e che ha percorso i millenni. Fa da contrappunto a questa antica storia la poesia di un nuovo tipo di religione, rivolto ad un solo dio. Un dio la cui immagine di purezza e di rinnovamento morale è controbilanciata dall'integralismo insito nelle religioni monoteistiche, che porterà una civiltà nuova all'umanità e con essa terribili ferite.

 

 

Il Link sottostante vi porterà nell'antico Egitto!

Cosa fu l'illuminismo

In sintesi finale e senza perder più tempo, perché non ne avanza, trarrò le somme. Da Voltaire nacque il razionalismo, la esatta percezione di quel che l'uomo fosse stato, fosse o sia.

 

Da Rousseau nacque la poetica idea, valida solo in poesia e nell'arte, che l'illusione fosse realizzabile, che fosse la speranza di cambiare la natura umana.

 

Fu, Rousseau, l'antitesi del razionalismo; fu l'inizio del romanticismo, che spinse l'uomo a crearsi l'utopia di base che ha come sinonimi: ideale, inganno, prestigio, esca, fantasma,velo, allucinazione.

 

Anche Poesia. Ma quella la si lasci purché, e a volte accade, non uccida. Con la poesia tutte le arti, naturalmente.

 

Marx creò il socialismo, giusto e necessario. Qualcuno andò oltre e si arrivò a Stalin, Mao, Pol Pot e a mille altri, con milioni di morti. Dallo stesso ramo arriva il fascismo, seguito dal nazismo; ma chi ci crederà mai che la matrice sia la stessa? Non ho tempo, né voglia, di spiegare. Quel che credo è che lo sappiate.

 

I vati, i profeti, le religioni, gli idealismi, le utopie. Cambiare l'uomo. Ne abbiamo ucciso centinaia di milioni per riuscirci, senza chiedere come fare a Dio, non ai preti. Milioni uccisi da noi uomini, loro simili, per cambiare noi stessi. Che idiozia.

Beh, ho finito. Ciao,

 

Giba